Da Bergamo Oggi: “La sopravvivenza di rene, cuore e fegato a cinque anni dall’intervento chirurgico è molto buona. Si va dall’80 al 90 per cento dei casi. Quello che preoccupa però ammalati medici e ricercatori sono i risultati a lungo termine. Perché l’organismo tende naturalmente a rigettare l’organo trapiantato, percepito come estraneo. Per questo finora sono stati utilizzati farmaci pesanti che tengono a bada il sistema immune contro l’organo trapiantato, evitandone per quanto possibile il rigetto. Al tempo stesso però aumentano i rischi di infezioni e tumori e in molti casi rappresentano un rischio significativo di andare incontro a diabete e problemi cardiovascolari. E nel tempo comunque non riescono a prevenire il rigetto cronico, che può compromettere la funzione dell’organo trapiantato. Da 15 anni il Mario Negri studia questo meccanismo. L’istituto di ricerca è organizzazione privata senza scopo di lucro nel campo della ricerca biomedica. Nato nel 1963 grazie a una donazione filantropica dell’industriale milanese Mario Negri, ha visto in Silvio Garattini la possibilità di un progetto di ricerca innovativo che negli anni si è trasformato nella straordinaria realtà di oggi. «Il nostro scopo – ha spiegato il coordinatore delle ricerche delle sedi di Bergamo, Ariela Benigni – è contribuire alla difesa della salute e della vita umana.”
Cliccando sull’immagine si può leggere l’articolo pubblicato da L’Eco di Bergamo.
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«La cultura del dono non può subire alcun contraccolpo»
Il presidente provinciale di Aido, Gianpietro Zanoli sulla vicenda del piccolo Domenico, il bimbo di Napoli
morto dopo l’innesto di un cuore nuovo non idoneo ad essere trapiantato: «Non spetta a noi valutare questioni operative o individuare eventuali carenze, il nostro compito è custodire e promuovere la cultura del dono». Il primo pensiero va al bambino malato e alla sua famiglia, cui è dovuto «un rispetto che precede ogni analisi e ogni polemica»: in queste ore serve silenzio e vicinanza autentica. Con la stessa intensità, aggiunge, il pensiero va alla famiglia del donatore: scegliere la donazione in un momento di dolore improvviso è un atto di straordinaria generosità, compiuto con lucidità e responsabilità verso sconosciuti.
Cliccare sull’immagine per leggere l’articolo, a firma Mario Dometti, pubblicato su L’Eco di Bergamo.
AIDO ringrazia la mamma di Domenico, Patrizia e articolo di ALESSANDRO NANNI COSTA
Il cuore destinato al piccolo Domenico di Napoli ha salvato un bimbo al Papa Giovanni di Bergamo
In queste stesse ore così difficili, una notizia di segno diverso arriva proprio da Bergamo: il cuore che inizialmente era stato destinato a Domenico è stato trapiantato con successo a un altro bambino. L’intervento è stato eseguito all’ospedale Papa Giovanni XXIII ed è riuscito.
Per leggere la notizia pubblicata su L’Eco di Bergamo cliccare sull’immagine a fianco.
Oltre l’errore: le mille storie silenziose dei trapianti riusciti
Poche ore dopo la pubblicazione di questo articolo, che pertanto aggiorniamo, la presidente AIDO è intervenuta sugli organi di informazione, TV e stampa, con un importante messaggio in relazione al fatto di cronaca. Cliccando sull’immagine a fianco si potrà accedere al suo appello.
Oltre a Petrin era collegato anche Giuseppe Remuzzi che ha fatto riferimento ad un articolo pubblicato sul Corriere della Sera di oggi che potete leggere al seguente LINK.
In questi giorni i media rilanciano incessantemente i dettagli di un errore medico che ha drammaticamente portato al fallimento di un trapianto di cuore in un paziente pediatrico. Comprensibilmente, una tragedia simile apre interrogativi profondi e scuote le coscienze.
Non posso però non sottolineare con forza che si tratta di un episodio — in ogni caso non giustificabile — all’interno di migliaia di storie di trapianto concluse felicemente, grazie alla professionalità, alla competenza e alla straordinaria solidarietà umana del personale sanitario.
Ho appena terminato la lettura del libro Volti di rinascita – 55 storie di trapianti (ma potrebbero essere 55.000) e ho maturato una convinzione: i protagonisti dei percorsi di trapianto non sono soltanto il ricevente e il donatore, insieme alle rispettive famiglie, ma anche — ultimi solo nell’ordine dell’elenco, non certo per importanza — i professionisti della salute. Parlo delle équipe chirurgiche, del personale ospedaliero e del supporto psicologico, elemento di particolare rilievo in un cammino così delicato.
Desidero condividere due brani del libro, scelti a caso tra le 55 storie di rinascita.
Cosa pensi dei medici, degli infermieri, di tutti coloro che nel sistema sanitario hanno avuto e hanno cura di te?
«Credo che in trent’anni di malattia, a parte qualche erro re, io sia stata molto fortunata, per l’efficienza della nostra Sanità. Sono cresciuta tra un ospedale e l’altro. Al Centro Trapianti dell’Ospedale Brotzu, medici e infermieri mi hanno accolta con professionalità, comprensione, affetto. Sono sempre stati premurosi e attenti, sostenendomi e spiegandomi ogni cosa con pazienza. Spesso, forse, ero difficile da gestire per via dell’umore instabile e del mio carattere che cambiava, crescendo. La malattia mi metteva a dura prova. Quando poi sono stata trapiantata e ho passato tanto tempo in Cardio anestesia, ho ritrovato quelle attenzioni e quelle coccole che mi facevano quando ero bambina, ma bambina non lo ero più. In quel reparto, ho vissuto una cura non tanto della malattia ma della persona. Molti pensano: “Ma è il loro lavoro, sono pagati per quello”. Non è vero. Spesso e volentieri con me sono andati oltre il rapporto medico/ paziente, infermiere /paziente, oss/paziente: mi hanno regalato sorrisi che pensavo di aver perso, mi hanno supportata e “sopportata”.
Ancora oggi i miei rapporti con molti di loro sono di affetto e amicizia.
Non potrò mai ringraziare a sufficienza i medici e il personale sanitario dell’Ospedale Brotzu di Cagliari per il miracolo che hanno operato per me.»
‘Ti sei sentita supportata nel tuo percorso?
«Ho avuto tutto l’aiuto che potevo ricevere e molto più di quello che mi sarei mai immaginata: è stato un meraviglioso “gioco di squadra. I miei genitori, le mie amiche, il personale sanitario, la città stessa e tutto il calore di quei luoghi e delle persone hanno svolto un ruolo fondamentale. Bergamo è per me “la città dei miracoli”, l’Ospedale Papa Giovanni XXIII un luogo nel quale mi sento a casa e dove sto bene ogni volta che torno: i sanitari, nel loro lavoro, oltre alla professionalità, mettono cuore, passione e un’umanità che non può essere raccontata, ma solo vissuta. La famiglia e gli amici sono stati un elemento imprescindibile per la mia sopravvivenza, perché non si può curare il cuore senza Amore.»
Vorrei ripetere all’infinito questi concetti a difesa dell’importanza del dono che noi volontari AIDO sosteniamo quotidianamente.
Forse però due aforismi del filosofo cinese Lao Tzu, sono più idonei alla riflessione. Parole antiche che ci ricordano come spesso il dolore faccia notizia, mentre la rinascita lavora in silenzio.
“Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce.”
“Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla.”







